In Sardegna la lista comunista ha sollevato la testa

Quando un mese fa mi è stato chiesto di candidarmi ho accettato per due ragioni. La prima era una ragione interna legata alla nostra organizzazione: avevamo e abbiamo bisogno di rimettere in piedi il nostro partito nel territorio sardo dopo una scissione dolorosa e lacerante. La seconda era legata al progetto politico che ci ha guidato in questa campagna elettorale: l’unità dei comunisti e della sinistra. Credo che questo risultato elettorale, così devastante in certe aree del Paese, non sia da interpretare come una sconfessione del nuovo percorso intrapreso ma al contrario come un ulteriore segnale che di sinistra e di democrazia c’è sempre più bisogno.

La storia è maestra e noi dovremo avere la forza oggi di impostare un lavoro lungo e di resistenza che non si limiti al consolidamento del nostro partito ma che punti a ricostruire un fronte comunista e democratico. Il forte astensionismo, il rafforzamento della Lega in Italia e delle destre nel resto dell’Europa sono sintomi di un’emergenza democratica. Il lieve arretramento del PDL e l’indebolimento del PD non hanno come risultato il nostro avanzamento, né di quello che ci sta accanto, ma siamo in una condizione, parafrasando Antonio Gramsci, per cui se anche il vecchio morisse non per questo nascerebbe il nuovo. Su questo dovremo sforzarci di lavorare, su questa mancanza e incapacità di aggregare anche coloro che si riconoscono nelle nostre politiche ma non nelle nostre organizzazioni. Il processo dell’unità dei comunisti è imprescindibile ma non è sufficiente, o almeno non lo è sino a quando questo rafforzamento resterà un modo per marcare un confine di partito piuttosto che aprirlo. Siamo un partito comunista in sé dovremo iniziare a esserlo anche per sé. Abbiamo tracciato una linea di chiarezza nell’ultimo Congresso che fa luce sui nostri riferimenti politici e filosofici che ci dà il senso del nostro compito, questo lavorio interno deve ora trovare fuori i suoi riscontri, deve essere capace di confrontarsi e di avvicinare. I modi sono sempre gli stessi, quelli che ci insegna la nostra storia: organizzare i lavoratori e le lavoratrici.

In questo mese di campagna elettorale ho partecipato a molte assemblee nei nostri circoli perché ritenevo che dopo una scissione di questo tipo fosse necessario ricucire anche i rapporti umani tra compagne e compagni, è stato un lavoro politico che rivendico perché mi ha dato la possibilità di crescere e di riscoprire le ragioni di questa lotta spesso dura e solitaria. In Sardegna il nostro partito è ricco di umanità e di determinazione, di militanti sinceri che nell’ultimo mese hanno speso tutto il loro tempo libero volantinando e parlando con tutti per spiegare le nostre ragioni, per ricostruire la fiducia nel nostro partito. Credo che vada a tutte e a tutti loro il merito di questo risultato sardo di resistenza che vale più di una somma numerica ed è il prodotto di un disinteressato lavoro politico. La nostra lista ha ottenuto più del 4% in tutte le province sarde, anche le più nere, ha raccolto consensi e sostegno in buona parte di quella sinistra diffusa che in Sardegna è mobilitata nelle lotte contro la militarizzazione, il nucleare, per la riforma della salute mentale e la difesa dei migranti e dei rifugiati. In ogni iniziativa abbiamo cercato di mettere in circolo nuove forze e collaborazioni, lavorando fianco a fianco con i Comunisti Italiani credendo fortemente nel progetto di unità dei comunisti e della sinistra antagonista, vorremo ora continuare sul sentiero tracciato in quest’ultimo mese per non dover ogni volta ricominciare da zero.

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